Stefano Rivetti di Val Cervo e Bruno Innocenti con alle spalle il “bozzettone” di 5 metri – 1965

COSTRUZIONE

Intanto sulla cima di San Biagio, si lavorava alla costruzione di un’armatura in calcestruzzo e ferro, che avrebbe poi costituito lo scheletro portante dall’interno della statua; successivamente vi si sarebbe adagiato, in un’unica colata, la coltre di cemento e marmo, che andando a riempire la forma in gesso, avrebbe rimesso in luce l’esatta immagine della mia opera modellata a Firenze. Anzi la fase di modellazione del “bozzettone” dei pezzi a grandezza definitiva, l’ho eseguita precisamente in una grande filanda a Tavarnuzze, alla periferia di Firenze, sulla strada del Chianti.

L’armatura di cui ho cominciato a parlare sopra consta di due immensi pilastri che arrivano all’interno della statua fino alle spalle e sono collegati ogni 4 metri di altezza da delle solette, sempre nello stesso calcestruzzo armato di ferro; al loro culmine divergono a destra e a sinistra in due grandi anse, simili a due enormi mensole che sorreggono (sempre internamente, si capisce) le braccia e le mani. Il tutto è legato alle poderose fondamenta che ramificano e si ancorano nella roccia viva della montagna.

Finita la suddetta armatura iniziamo la vera e propria gettata della statua, precedendo dal basso verso l’alto, sovrapponendo pezzo su pezzo i vari frammenti delle forme e contemporaneamente creando all’interno una controforma, sagomata in legno e atta a creare il vuoto tra la forma e la controforma, che una volta colatovi dentro il conglomerato di cemento e marmo avrebbe dato i vari spessori voluti e accuratamente collegati, a brevissimi tratti, all’armatura precostituita, così come il sistema muscolare riveste lo scheletro.

Giorno per giorno, senza soste, senza interruzioni, doveva progredire la gettata; la statua cresceva a mano a mano che il candido amalgama di marmo e cemento riempiva l’intercapedine fra la forma e la controforma. Così fino ad arrivare al culmine dell’altezza, la testa.

Lavori di lunghi mesi, nella trepidazione che la stagione, volgendo al cattivo, ci costringesse a delle interruzioni, cosa che per fortuna non è avvenuto: quindi la statua può assolutamente dirsi “monolitica”, un pezzo unico dalle fondamenta alla testa e alle mani.

Mancavano pochissimi giorni al Natale quando gettavamo le ultime calderelle del fluido marmocemento al culmine della testa, ed era notte. Sotto di noi il paese, Maratea, illuminato, laggiù lontano, visto attraverso il ponteggio sul quale lavoravamo, aveva l’aria del Presepe, già pronto e cominciavano a cadere le prime gocce di gelida pioggia, e nevischio. Il grande inverno aveva atteso abbastanza: era ora arrivato! Ma la statua c’era.

Ancora qualche giorno, poi l’assalto alla demolizione della forma, e la statua era libera – era gettata! E si intravvedeva tutta alla luce, sotto la fitta e intricata selva di ponteggi.

Bruno Innocenti