La statua del Redentore in Maratea vuole significare la rinascita, la speranza nuova indicataci dal Cristo Risorto. Il punto d’incontro delle nostre aspirazioni migliori e Lui, divinamente ritornante, spaziante nei cieli e in cammino, sempre, verso di noi.

Il Redentore, con il largo gesto al cielo e con lo sguardo fisso ai fedeli, presenti nell’ignoto momento della loro esistenza, è legato al Padre Celeste nella benedizione che sta per essere impartita, mentre ancora una volta poggia i piedi su questa terra che fu spettatrice della Sua Crocefissione. Ma in virtù della Sua infinita capacità di perdono, niente traspare della tragedia vissuta. Ora è serenità, speranza, perdono luminoso e confortante a venirci incontro: un Gesù giovane, senza tempo, mondo da ogni effimera apparenza terrena: divinamente nuovo come il simbolo incarnato della seconda parte della Santissima Trinità, l’Umano e il Divino non più contaminati dall’uomo.

Propostomi idealmente questo concetto, ho sentito il bisogno che l’opera nascesse in un clima di sintesi, semplice ed espressiva, e che non vi fossero compiacenze a dettagli formali intesi a richiamare alla mente immagini di culto convenzionali. Ho inteso di attenermi a un linguaggio chiaro e il più possibile contenuto ed essenziale, perché, nelle dimensioni della statua, ritengo sarebbero stati controproducenti atteggiamenti e dettagli che avessero richiamato a una realtà spicciola, contingente, minutamente reale.

La statua sorgerà candida sulla cima del monte San Biagio, imponente, ma discreta; non un urlo del mare verso le valli, ma un pacato richiamo ad accogliere e a raccogliere, a rinfrancare la speranza.

Il candore della materia che la comporrà potrà richiamare alla mente le note di bianco su cui martella il mare nelle molteplici insenature dei golfi vicini, dove i bianchi ghiaioni contrastano fortemente con il colore incomparabile di questo mare e con il verde lussureggiante delle pendici digradanti. E le linee di forza della statua mi sono state evocate dalle possenti torri costiere qui disseminate come fari.

A questo punto, nello stendere queste righe, che mi sono state richieste, mi sono accorto di aver rotto il mio naturale, abituale silenzio. Mi affretto quindi a lasciare che l’opera parli da sola, quando i miei scalpelli avranno inciso gli ultimi accenti.

Bruno Innocenti
1965